
Crisi di Hormuz, come cambia la geografia di gas e petrolio
Tra marzo e maggio import di gas in Italia -1,6%, di Gnl +4,4%. Aumentano gli sbarchi ai terminali orientati agli Usa (Ravenna e Piombino), rallentano a Panigaglia e Cavarzere. Scende la quota del greggio dal Medio Oriente, sale da Kazakistan e Usa
Nonostante la temporanea attenuazione delle ostilità tra Stati Uniti e Iran, rimane elevata la vulnerabilità delle forniture energetiche che transitano attraverso il Golfo. I rischi non riguardano soltanto la pressione sui prezzi (QE 21/7), ma anche l’offerta di petrolio e gas naturale liquefatto. Secondo la Energy Information Administration statunitense le interruzioni di produzione dei paesi del Golfo sono state in media di 8,3 milioni di barili al giorno a giugno, dopo aver raggiunto un picco di 11,2 milioni di barili al giorno a maggio. L’analisi dei dati statistici delle importazioni energetiche del Mase evidenzia il riposizionamento della domanda italiana di gas e di petrolio nel corso della crisi di Hormuz. Sul fronte del gas, i terminali di rigassificazione maggiormente orientati verso il mercato statunitense hanno aumentato i volumi in arrivo, mentre dove è più elevata l’esposizione alle rotte del Golfo la dinamica è stata meno favorevole. La rete dei gasdotti garantisce una maggiore diversificazione geografica, soprattutto grazie ai flussi da Algeria e Azerbaigian. Sul fronte del greggio, a fronte della diminuzione delle importazioni dal Medio Oriente, si registra un maggiore apporto da Kazakistan e Stati Uniti.
In Italia, tra marzo e maggio le importazioni di gas naturale si attestano a 15.622 milioni di metri cubi, in lieve diminuzione (-1,6%) rispetto allo stesso periodo del 2025. Dietro questa sostanziale stabilità si osserva però una profonda ricomposizione dei flussi di approvvigionamento, che riflette l’adattamento del sistema italiano alla recrudescenza delle tensioni nel Golfo.
Durante la crisi aumenta il ruolo del GNL. Tra marzo e maggio i cinque terminali di Piombino, Ravenna, Panigaglia, Cavarzere e Livorno immettono complessivamente 5.566 milioni di metri cubi, il 4,4% in più rispetto ai 5.332 milioni dello stesso periodo del 2025. In parallelo scendono del 4,5% le importazioni via gasdotto. La quota del GNL sulle importazioni complessive sale così dal 33,6% al 35,6%, con un incremento di 2 punti percentuali. La crescita dell’import di GNL è comunque meno intensa rispetto al primo bimestre del 2026, quando il volume di gas liquefatto in arrivo ai rigassificatori saliva del 19,5%.
La dinamica è differenziata tra i terminali di rigassificazione. Nel dettaglio, le immissioni crescono del 20,2% a Piombino – rigassificatore che secondo dati di fonte Snam nel 2025 ha registrato importazioni per l’86% da Stati Uniti e 6% da Qatar – dove la prevalenza delle forniture statunitensi limita l’esposizione diretta alla crisi del Golfo. L’aumento dei volumi rafforza il già robusto trend (+7,1%) nei mesi di gennaio-febbraio.
Ancora più marcata è la crescita delle immissioni a Ravenna – con il 59% dagli Stati Uniti, 17% da Mauritania e Senegal, 6% da Algeria e da Russia – le cui immissioni risultano più che quadruplicate, anche grazie alla progressiva entrata a regime dell’impianto.
Anche Livorno – 77% da Stati Uniti, 8% da Nigeria e 5% da Algeria – registra un incremento (+1,7%), confermando il ruolo crescente del GNL statunitense e invertendo il segno rispetto al calo del 4,0% nel bimestre gennaio-febbraio.
In negativo l’import in arrivo a Cavarzere – 77% dal Qatar e 21% dagli Stati Uniti – dove le immissioni si riducono dell’8,7%. È il terminale italiano maggiormente esposto alla chiusura dello Stretto di Hormuz, dato che nel bimestre gennaio-febbraio i volumi di GNL salivano del 9,2%.
Di segno opposto la dinamica di Panigaglia – terminale con una forte specializzazione mediterranea, con il 96% delle importazioni dall’Algeria e il 4% da Spagna – dove le immissioni diminuiscono del 23,3%, accelerando la flessione del 4,8% del primo bimestre dell’anno.
L’apporto del gas algerino nei primi tre mesi della crisi di Hormuz arriva via gasdotto, con una crescita del 9,6% dei volumi in arrivo al punto di ingresso di Mazara del Vallo, rovesciando la tendenza negativa (-1,1%) del primo bimestre del 2026. In aumento del 2,6% anche il gas in arrivo a Melendugno, prevalentemente dall’Azerbaigian, mentre segna un forte calo il gas in transito a Passo Gries, prevalentemente di provenienza norvegese.
Sul fronte del petrolio, nei primi cinque mesi del 2026 l’Italia ha importato 174,8 milioni di barili di greggio. I volumi di importazione di greggi classificati dal Bollettino petrolifero del Mase come provenienti dal Medio Oriente ammontano al 12,5% del totale. Si tratta di forniture provenienti da Arabia Saudita e Iraq, legate alle rotte attraverso Hormuz. Rispetto ai primi due mesi dell’anno, quando il Medio Oriente rappresentava il 16,5% delle importazioni italiane di greggio, nel periodo marzo-maggio, interessato dalla crisi di Hormuz la sua quota scende al 9,8%. Durante la crisi si è ricomposta la geografia degli approvvigionamenti: la flessione di 6,7 punti percentuali della quota del Medio Oriente (-1,1 p.p. da Arabia Saudita e -5,6 p.p. da Iraq) e quella di 6,1 p.p. dell’Africa sono state compensate dall’aumentato peso di Kazakistan (con +9,2 p.p.), Stati Uniti (+3,2 p.p.) e Venezuela (+2,3 p.p.).
La diversificazione realizzata dall’Italia, rafforzata dalla dotazione delle infrastrutture di rigassificazione, offre una maggiore resilienza rispetto alle crisi del passato, ma il rischio di prolungamento del conflitto nel Golfo e di un allargamento della crisi al Mar Rosso mettono in evidenza la fragilità della rete delle forniture energetiche mondiali.
Rubrica Imprese ed energia su QE-Quotidiano Energia del 28 luglio 2026
