
Costo energia Italia-Ue, pesa il divario del prelievo fiscale
Analisi Confartigianato su dati Eurostat. Carico elevato sul kWh pagato dalle piccole imprese: considerando gli oneri parafiscali +92,5% vs media europea
L’atteso varo del decreto-legge energia rimette al centro del dibattito il costo dei beni energetici in Italia. Le condizioni del bilancio italiano, gravato da un elevato debito, richiedono una riduzione del deficit a cui si associano una limitata crescita della spesa pubblica e il mantenimento di una elevata pressione fiscale, riscontrabile anche sulle commodities energetiche. Il carico di elevata tassazione, nel caso dell’energia elettrica, si associa ad uno squilibrio del prelievo per oneri di sistema, che riduce la competitività delle micro e piccole imprese, un sistema che in Italia determina il 62,2% dell’occupazione totale delle imprese.
Nel confronto internazionale su dati Eurostat, l’aliquota implicita di tassazione sull’energia in Italia, che rapporta il gettito fiscale al consumo finale di energia, è di 348,9 euro per tonnellata equivalente di petrolio (tep), superiore del 40,4% alla media UE a 27, con un ampio gap rispetto ai principali competitor: su famiglie e imprese del nostro Paese grava una tassazione delle commodities energetiche superiore del 28,7% rispetto quella della Francia, del 36,8% rispetto a quella della Germania e del 71,9% rispetto a quella della Spagna.
I prezzi dell’energia elettrica in Italia per piccole imprese con consumi inferiore a 20 MWh all’anno al netto delle tasse sono del 23,0% superiori alla media Ue, ma il divario sale al 34,5% comprendendo accise e oneri di sistema. Per la classe di consumo in esame l’Italia presenta il più elevato carico per oneri fiscali e parafiscali sul chilowattora tra i 27 paesi dell’Unione europea, risultando del 92,5% superiore alla media Ue. Nel dettaglio il carico fiscale sul KWh è del 148,4% superiore a quello della Francia, del 107,7% superiore a quello della Spagna e del 53,8% superiore a quello della Germania.
Lo spread fiscale sul chilowattora scende al crescere dei consumi di elettricità e diventa negativo, generando un vantaggio, per grandi consumatori nelle classi di consumi che superano i 20.000 MWh.
Le dimensioni dello squilibrio della distribuzione del prelievo per oneri si delinea anche dai dati della Relazione annuale di Arera dove il valore medio unitario degli oneri (somma delle componenti ASOS e ARIM) pagato da una impresa in bassa tensione risulta undici volte quello di una impresa in alta e altissima tensione.
Il gettito per oneri generali sui consumi elettrici delle imprese – totale non domestici al netto di illuminazione pubblica e punti di ricarica veicoli elettrici – ammonta a 8,9 miliardi di euro e, sulla base dello squilibrio del prelievo unitario, le imprese in bassa tensione, pur determinando il 34,4% dei consumi delle imprese, contribuiscono per il 44,1% del gettito. Per la componente degli oneri al sostegno delle energie da fonti rinnovabili e alla cogenerazione la quota sale al 54,6%. Inoltre, sulle imprese in bassa tensione grava il finanziamento dell’agevolazione per gli energivori: il saldo tra agevolazione per gli energivori ricevuta e oneri pagati la sua copertura (AESOS) per le imprese in bassa tensione è negativo per 621 milioni di euro, mentre per le imprese in media tensione diventa positivo per 451 milioni e per le imprese in alta altissima tensione sale a 862 milioni di euro.
Sul fronte della tassazione dei carburanti, la posta più rilevante della tassazione energetica, dopo l’allineamento del prelievo su diesel e benzina attuato con la legge di bilancio 2026-2028 (QE 7/1), l’accisa sul gasolio per autotrazione in Italia ammonta a 632 euro ogni 1.000 litri ed è la più elevata tra i 21 paesi dell’Eurozona, risultando del 20,6% superiore alla media dell’area dell’euro. L’accisa sul gasolio in Italia supera del 6,4% quella della Germania, del 10,8% quella della Francia e del 77,5% quella della Spagna.
Rubrica Imprese ed energia su QE- Quotidiano Energia del 17 febbraio 2026
