
Diesel e crisi del Golfo, balzo del 72% del prezzo al netto delle tasse
Scende del 13,2% il carico fiscale. L’andamento in Italia e il confronto con gli altri Paesi Ue
La guerra del Golfo ha innescato forti squilibri nella filiera dei carburanti, che si riflettono sulla dinamica dei prezzi. La voce che registra il maggiore import di energia dall’area di crisi è quella dei prodotti raffinati, di cui importiamo 2,9 miliardi di euro nel 2025. Il 56,6% del gasolio importato in Italia proviene dal Medio Oriente. L’Italia, lo ricordiamo, nel 2025 ha un saldo positivo del commercio estero delle benzine di 2,4 miliardi di euro mentre presenta un deficit commerciale di 1,7 miliardi per il gasolio. Inoltre, dai paesi del Golfo importiamo 2,3 miliardi di petrolio greggio da raffinare destinato per il 59,7% in Sicilia (Messina e Siracusa), per il 18,4% nelle Marche (Ancona) e per il 15,2% in Sardegna (Cagliari). Sommando i 2,5 miliardi di gas naturale, l’Italia importa complessivamente 7,7 milioni di euro di beni energetici dai paesi del Golfo.
Le criticità sui flussi di importazione dei prodotti raffinati si riversano sui prezzi dei carburanti e delineano il rischio di un razionamento a fronte dell’ancora basso flusso in transito per lo stretto di Hormuz, la cui ripresa è a forte rischio con il blocco navale avviato ieri dagli Stati Uniti.
La maggiore dipendenza dall’estero per il gasolio si riverbera sul trend dei prezzi. L’analisi dei dati della Commissione europea indica che tra la rilevazione del 23 febbraio e quella del 6 aprile 2026 (si tratta della media dei prezzi della settimana da lunedì alla domenica precedente il giorno della rilevazione) in Italia il prezzo industriale, al netto delle tasse, della benzina è salito del 42,1% mentre quello del gasolio è balzato del 72,0%, un trend più marcato rispetto alla media Ue che ha registrato un aumento del 40,1% del prezzo industriale della benzina e del 66,6% di quello del gasolio.
L’escalation del costo del gasolio, solo in parte attutito dagli interventi contro il caro carburanti (QE 3/4), genera una pressione difficile da sostenere per il settore dell’autotrasporto. Il trasporto su strada, secondo i dati del rapporto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, assorbe il 58,6% del traffico interno (espresso in tonnellate-km) delle merci trasportate. Inoltre, secondo l’indagine di Banca d’Italia, viene trasportato per strada il 43,1% del volume di merci esportate e il 39,8% di quelle importate.
L’impatto dell’aumento del gasolio è amplificato per le imprese del trasporto persone, in particolare taxi, NCC e bus turistici, oggi escluse dai principali strumenti di compensazione. Si tratta di un settore chiave per la mobilità e la filiera del turismo, che dà lavoro a 41mila addetti e genera un fatturato di 2,1 miliardi di euro.
Il prezzo alla pompa del gasolio, incluse le tasse, ha registrato in Italia un aumento del 22,9% rispetto al livello precrisi. L’intervento fiscale sulle accise ha ridotto la crescita del prezzo di circa dieci punti rispetto al +32,6% registrato nella media dell’Unione europea.
Il carico fiscale sul gasolio, composto da accise e Iva e dato dalla differenza tra prezzo alla pompa e quello industriale, ha segnato una crescita zero nell’Unione europea. Tale risultato è composto dall’aumento a doppia cifra del carico fiscale in dodici paesi, determinato dall’Iva che aumenta in proporzione alla crescita dell’imponibile (somma del prezzo industriale e dell’accisa) che viene compensato dalla riduzione del prelievo in paesi che hanno attuato interventi sull’imposizione indiretta (qui il dettaglio degli interventi), con effetti più marcati per Polonia (-30,5%), Spagna (-21,0%), Slovenia (-16,7%), Italia (-13,2%), Irlanda (-8,0%) e Ungheria (-2,6%). Tra gli altri maggiori paesi europei, il prelievo fiscale sul gasolio nel corso della crisi sale in Germania (+12,3%) e in Francia (+11,0%)
Di conseguenza a tali andamenti il peso delle imposte sul prezzo del gasolio alla pompa (tax share) registra un ridimensionamento, e nell’Unione europea a 27 scende dal 51,0% al 38,5%. All’interno di tali dinamiche l’Italia, che prima della crisi si collocava al primo posto in Europa per incidenza della fiscalità sul prezzo alla pompa del gasolio, con un tax share del 57,6%, a distanza di poche settimane, tale quota scende al 40,6%, con una contrazione di ben 17 punti percentuali, la più ampia tra i principali paesi europei. Naturalmente si tratta di un effetto temporaneo, legato all’intervento del decreto accise che termina, salvo rinnovo, il prossimo 1° maggio.
Rubrica Imprese ed energia su QE- Quotidiano Energia del 14 aprile 2026
