
Guerra, energia e manifattura: i rischi per le filiere globali
I numeri della dipendenza dal Golfo. Per Italia al minimo del 10,2% la quota di import di greggio dall’area
La guerra nel Golfo ha innescato una crisi di offerta di energia e di altre materie prime conseguente al crollo del traffico nello Stretto di Hormuz, generando forti tensioni sui prezzi. La turbolenza generata dalla guerra, come indicato dall’Istat nella Nota sull’andamento dell’economia italiana, ha “causato uno shock dal lato dell’offerta di prodotti energetici con potenziali effetti sistemici su crescita economica, occupazione e inflazione”. Secondo l’ultimo Oil Market Report dell’IEA pubblicato giovedì scorso la guerra in Medio Oriente sta creando la più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale. Per alleggerire la carenza di offerta di greggio, i paesi membri dell’Agenzia internazionale dell’energia metteranno a disposizione del mercato 400 milioni di barili di petrolio, un flusso incrementabile in caso di necessità (QE 16/3).
ll nodo delle economie manifatturiere asiatiche– La crisi in corso determina effetti combinati su scala mondiale per energia e produzione manifatturiera, giocando un ruolo decisivo negli equilibri economici globali. Le tensioni si traducono rapidamente in un aumento dei costi energetici e in una maggiore instabilità per le filiere manifatturiere globali. In Cina, India, Giappone e Corea del Sud, economie maggiormente dipendenti dall’energia prodotta nel Golfo, si concentra il 39,6% del valore aggiunto manifatturiero mondiale. La crisi in Medio Oriente può ridefinire le relazioni energetiche tra Cina e India, le maggiori economie manifatturiere emergenti, la Russia e i paesi del Golfo, con effetti destinati a riflettersi sull’intera economia mondiale. Secondo i dati dell’Energy Institute Statistical Review of World Energy riferiti al 2024, il 54% del petrolio greggio importato da Cina e India – la prima e la sesta economia manifatturiera mondiale – proviene dai paesi mediorientali, mentre il 24,7% arriva dalla Russia: oltre i tre quarti del petrolio importato dalle due grandi economie manifatturiere del pianeta è concentrato in due aree geopoliticamente sensibili. Il Medio Oriente fornisce il 95,1% del petrolio greggio importato dal Giappone, mentre offre il 19,1% del GNL importato da Giappone e Corea del Sud, rispettivamente quarta e quinta economia manifatturiera mondiale. Inoltre, nel primo trimestre del 2025 il 42,5% del GNL transitato attraverso Hormuz è destinato a Cina e India e un ulteriore 26,4% è destinato a Taiwan, Corea del Sud e Pakistan.
Per la Cina, tuttavia, esiste anche una seconda direttrice strategica di approvvigionamento per il gas: quella dei gasdotti terrestri che collegano il paese all’Asia centrale e alla Russia. Le importazioni cinesi di gas via pipeline provengono infatti per il 46,1% dal Turkmenistan, per il 37,5% dalla Russia e per il 6,4% da Kazakhstan e per il 3,5% da Uzbekistan. Questo sistema di approvvigionamento consente a Pechino di ridurre in parte la dipendenza dalle rotte marittime, ma rafforza al tempo stesso i legami energetici con Mosca e con i paesi dell’Asia centrale. Cina e India possono attenuare parzialmente l’impatto della crisi grazie a un mix energetico ancora fortemente basato sul carbone (58,2%), che riduce il peso di petrolio e gas. (31,8%).
Sulle filiere globali pesa il rischio di una accelerazione dei prezzi dei metalli – L’Iran e altri paesi del Golfo detengono rilevanti stock di risorse minerarie, la cui riduzione dell’offerta potrebbe accelerare il trend di crescita dei prezzi dei metalli già rilevato prima dello scoppio della guerra: secondo le rilevazioni della Banca mondiale a febbraio 2026 l’indice delle quotazioni di metalli e minerali – valutato in dollari e comprendenti alluminio, rame, minerali ferrosi, piombo, nichel, stagno e zinco – registra un aumento del 23,8% su base annua, con una maggiore spinta per stagno (+53,0%) e rame (+38,8%). Sul fronte degli acquisti dall’estero va segnalato che il 13,7% dell’alluminio importato dall’Italia proviene da paesi del Medio Oriente.
Ai minimi la dipendenza dell’Italia dal greggio dall’area del Golfo – Il quadro definitivo del commercio estero per il 2025 fornito da Istat indica che dai paesi del Golfo proviene il 13,6% di petrolio – greggio e raffinato – e gas naturale importato in Italia. Nel dettaglio dall’area di crisi proviene il 25,5% dei prodotti raffinati importati, prevalentemente da Arabia Saudita, seguita con quote minori da Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Oman, l’11,0% del gas importato, interamente dal Qatar, e il 10,2% del greggio importato, proveniente da Iraq e Arabia Saudita.
La dipendenza dall’energia del Golfo si è ridotta di tre punti percentuali rispetto al 16,6% del 2024 e ha raggiunto il minimo dal 2009. Anche nella fase di sostituzione dell’energia dalla Russia conseguente alle sanzioni per l’invasione dell’Ucraina, la dipendenza energetica dai paesi del Golfo è diminuita, passando dal 17,1% del 2021 al 13,6% del 2025. Tale riduzione è interamente determinata dall’import dai paesi del Golfo di petrolio greggio – che nel 2021 era il 22,4% dell’import totale, quota che nel 2025 risulta più che dimezzata, scendendo al 10,2%, il minimo storico dal 1991. In parallelo è salita la dipendenza per il gas proveniente dal Golfo, interamente fornito dal Qatar, passata dall’8,0% del 2021 all’11,0% del 2025. Più stabile la quota anche dai prodotti raffinati: nel 2021 l’Italia acquistava dall’area del Golfo il 24,9% dell’import totale, nel 2025 la quota è del 25,5%, ma ha superato il trenta per cento nel triennio 2022-2024.
Nel complesso, la crisi del Golfo potrebbe ridisegnare gli equilibri energetici globali e le rotte degli approvvigionamenti. In questo scenario, la minore dipendenza dell’Italia dal petrolio dell’area rappresenta un fattore di resilienza, ma non mette l’economia italiana europea al riparo dalle forti turbolenze sui prezzi dei mercati energetici internazionali.
Rubrica Imprese ed energia su QE- Quotidiano Energia del 17 marzo 2026
