
Hormuz: luce in fondo al tunnel? Il conto di oltre cento giorni di crisi
L’impatto su gas, elettricità e gasolio. A marzo-aprile bolletta energetica +31,3% sul bimestre precedente mentre cede il made in Italy in Medio Oriente
Dopo l’annuncio dato dal Primo Ministro del Pakistan, si delinea un accordo tra Stati Uniti e Iran che dovrebbe – il condizionale è d’obbligo dato che un accordo è già stato annunciato più volte – definire la cessazione delle operazioni militari e, nei successivi 30 giorni, le condizioni della riapertura dello stretto di Hormuz, che richiederà operazioni di sminamento a cui parteciperanno i paesi europei, tra cui l’Italia. Entro 60 giorni dovranno essere sciolti i nodi su nucleare, sanzioni e beni sequestrati.
Una piena applicazione dell’accordo allontanerebbe gli scenari più sfavorevoli che avrebbero fatto scivolare in recessione l’economia italiana. Ma la durata di oltre cento giorni della crisi dello Stretto di Hormuz ha già generato una mix velenoso di energia più cara, minori esportazioni e costo del credito crescente. I tempi della riapertura del traffico commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz saranno essenziali dopo mesi in cui sono state utilizzate le riserve di petrolio, scese sui livelli minimi.
La crisi pesa sui processi di crescita. Le stime della BCE pubblicate giovedì scorso indicano per l’area dell’euro una crescita del PIL del +0,8% nel 2026 e del +1,2% nel 2027, con un ribasso rispetto alle previsioni di marzo. A giugno le previsioni sia dell’Ocse che di Banca d’Italia indicano una crescita per l’Italia dello 0,5% per il 2026 (che nel 2027 sale al +0,6% per Ocse mentre scende allo 0,4% per Banca d’Italia). La crescita dell’Italia nel biennio 2026-2027 è la più bassa tra le economie dell’Ocse.
Per l’Italia l’Ufficio parlamentare di bilancio lo scorso 10 giugno indica che nello scenario più probabile la crisi in Medio Oriente determina una minore crescita di 0,3 punti di PIL nel 2026 e di 0,4 punti nel 2027. La minore crescita è determinata da differenti impulsi recessivi che impattano sull’economia reale e le imprese, in primis sul costo dell’energia. In 108 giorni di crisi il prezzo medio del gas (IG Index GME al 16 giugno) è del 38,3% superiore alla media di febbraio, mentre il prezzo all’ingrosso dell’elettricità (PUN, sempre la media al 16 giugno) supera dell’11,3% i livelli precrisi. L’analisi dei dati della rilevazione del 15 giugno del prezzo settimanale dei carburanti pubblicata oggi dal Mase evidenzia che in Italia il prezzo del gasolio auto alla pompa nella media delle quindici settimane di crisi supera del 19,1% la media di febbraio, mentre il prezzo industriale, al netto delle tasse, è del 56,4% superiore ai livelli pre crisi. Nella prima metà di giugno il prezzo del gas e dell’elettricità all’ingrosso salgono rispettivamente del 5,7% e del 5,9% rispetto alla media di maggio mentre il prezzo medio del gasolio al netto delle tasse nelle tre rilevazioni settimanali di giugno scende del 9,5% rispetto alla media di maggio. Nonostante questa attenuazione, il costo industriale del gasolio al 15 giugno rimane del 41,2% superiore alla media di febbraio.
Il quadro definitivo dei prezzi al consumo pubblicato oggi dall’Istat indica un tasso di inflazione che a maggio sale al 3,2%. Dopo trentacinque mesi, i prezzi dei beni energetici ritornano a crescere a doppia cifra (+11,9%, era +9,2% ad aprile). Si osserva una maggiore spinta dai prezzi per carburanti (+16,9%) mentre si rafforza la crescita dei prezzi di elettricità (+7,1%, con un+8,4% per il mercato libero) e del gas (+8,4%).
L’analisi dei dati pubblicati ieri dall’Istat evidenzia che nel bimestre marzo-aprile il valore dell’import di energia è salito del 41,8% sul bimestre precedente mentre la bolletta energetica è salita del 31,3% sul bimestre precedente, un aumento che non si registrava dall’estate del 2022 (+31,8% nel quarto bimestre del 2022), nel pieno della crisi del gas innescata dalla guerra in Ucraina.
La risalita dell’inflazione determinata dalla pressione dei costi energetici ha innescato un nuovo ciclo di politica monetaria restrittiva, che le imprese italiane affrontano senza aver ancora assorbito gli effetti di quello del 2022. Il rialzo dei tassi deciso giovedì scorso dal Consiglio direttivo della BCE porterà ad un ulteriore inasprimento del costo del credito alle imprese che già ad aprile salgono al 3,65%, con un aumento di 16 punti base rispetto al 3,49% di marzo e risultando di 202 punti base superiore a quello del giugno 2022, precedente al primo rialzo dei tassi da parte della BCE per contrastare la fiammata inflazionistica conseguente all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Una nuova stretta monetaria mette a repentaglio la ripresa degli investimenti in macchinari che nel primo trimestre del 2026 si è rafforzata, segnando un aumento del 2,3% sul trimestre precedente e del +6,6% su base annua, accelerando il +3,1% dell’ultimo trimestre del 2025. Una frenata degli investimenti compromette la doppia transizione, digitale e green, che le imprese stanno affrontando e depotenzia la dinamica della produttività, con effetti negativi sulla crescita economica.
Last but not least, sui processi di crescita pesa il calo dell’export: nei primi due mesi della crisi del Golfo le esportazioni in Medio Oriente sono scese di 1.586 milioni di euro rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, pari al 33,0% in meno.
Rubrica Imprese ed energia su QE-Quotidiano Energia del 16 giugno 2026
