
La guerra del Golfo segna il secondo shock energetico più intenso dal 1974
Analisi dell’andamento dei prezzi dell’energia nel mese di marzo. Il prolungamento del conflitto alza il rischio stagflazione
La guerra del Golfo, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, ha creato “la più grande interruzione delle forniture nella storia del mercato petrolifero globale”. L’analisi dei dati della Banca Mondiale pubblicati giovedì scorso evidenzia che a marzo 2026, con un aumento del 41,6% sul mese precedente, i prezzi internazionali delle commodity energetiche registrano il secondo incremento mensile più elevato degli ultimi cinquant’anni, in linea con quello segnato ad agosto 1990 nella prima guerra del Golfo, e inferiore solo al picco del gennaio 1974 (+187,4%), determinato dall’embargo petrolifero dell’OPEC dopo la guerra del Kippur. L’attuale fiammata dei prezzi si inserisce nella scia dei grandi shock energetici generati da crisi geopolitiche: dalla seconda crisi petrolifera conseguente alla rivoluzione iraniana (+27,4% nel gennaio 1979) fino all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia (+25,1% a marzo 2022).
Le tensioni maggiori a marzo 2026 si registrano per i prezzi di riferimento del mercato europeo, dove è più elevata la dipendenza energetica. Il maggiore aumento si registra per le quotazioni del gas naturale Europa con +59,4% e del Brent con +45,8%. Seguono il WTI con +41,2%, il greggio Dubai con +34,4% e il GNL del Giappone con +31,1%. Aumenti più contenuti per il carbone dell’Australia con +17,1% e il carbone del Sud Africa con +2,9%. In controtendenza, scende del 15,7% il prezzo del gas naturale negli Stati Uniti. L’elevata volatilità dei prezzi è associata alla crisi degli approvvigionamenti determinati dal blocco dello Stretto di Hormuz. Sui razionamenti del carburante per aerei di questi giorni (QE 3/4) pesa una significativa dipendenza dall’area del Golfo. L’analisi dei dati Eurostat mostra che l’Unione europea importa 6,6 miliardi di euro di jet fuel, oltre un terzo (35,0%) dell’import totale.
L’inflazione energetica a marzo – L’analisi dei dati preliminari dell’indice dei prezzi al consumo elaborati da Eurostat evidenzia, per ora, tensioni meno accentuate in Italia: i prezzi dell’energia a marzo 2026 crescono del 4,9%, a fronte del +6,8% della media dell’area dell’euro, al +8,6% della Francia, al +7,1% della Spagna e al +7,0% della Germania. Sull’evoluzione dei prezzi va tenuta alta la guardia, per evitare uno shock asimmetrico come quello del 2022, molto più penalizzante per le famiglie e imprese italiane: a novembre di quell’anno i prezzi al consumo dell’elettricità e gas in Italia salivano del 130,1% su base annua a fronte del +50,9% della media dell’Eurozona.
La minore inflazione energetica in Italia beneficia di una spinta relativamente meno accentuata dei prezzi dei carburanti. L’analisi dei prezzi pubblicati dalla Commissione europea giovedì scorso mostra che nella media di marzo (quattro settimane terminanti al 30 marzo) il prezzo del gasolio, tasse incluse, in Italia aumenta del 16,9% rispetto alla media di febbraio (quattro settimane terminanti al 2 marzo), ben 7,4 punti in meno rispetto all’aumento del 24,3% della media dell’area dell’euro. I maggiori paesi europei registrano una crescita del prezzo del gasolio alla pompa superiore a quello rilevato in Italia: la maggiore crescita in Germania con +27,6%, seguita da Spagna con +25,5% e Francia con +23,6%. Al 30 marzo il prezzo del gasolio tasse incluse più elevato si registra nei Paesi Bassi con 2,463 euro/litro, Danimarca con 2,355 euro/litro e Germania con 2,286 euro/litro. Tra i maggiori paesi seguono la Francia con 2,189 euro/litro, l’Italia con 2,033 euro/litro (inferiore del 2,1% ai 2,076 euro/litro della media Ue) e la Spagna con 1,777 euro/litro.
Verso una stagflazione? – Lo shock energetico influisce sul clima di fiducia e si trasmette rapidamente a inflazione e crescita, penalizzando gli investimenti. In attesa della scadenza di stanotte dell’(ennesimo) ultimatum all’Iran da parte degli Stati Uniti, un prolungamento del conflitto porterebbe ad una stagflazione. A marzo 2026, l’indicatore di fiducia dei consumatori cede di 4,8 punti rispetto a febbraio, la flessione più ampia da quella registrata per l’invasione dell’Ucraina (-10,5 punti a marzo 2022). Le previsioni di Banca d’Italia pubblicate venerdì scorso indicano nello scenario base una crescita del PIL dello 0,5% nel 2026 e 2027,mentre in uno scenario avverso caratterizzato da “effetti più marcati e duraturi del conflitto in corso sull’offerta di materie prime e ulteriori aumenti delle loro quotazioni” si delinea una stagflazione, con il PIL che segna crescita zero nel 2026 e un calo dello 0,6% nel 2027 mentre l’inflazione sale al 4,5% quest’anno e si colloca al 3,3% nel 2027.
Frenano gli investimenti in macchinari che nel 2026 crescono del +0,5%, oltre un punto in meno del +1,6% previsto a dicembre. Si ostacolano i processi in corso di transizione digitale e green delle imprese. L’analisi dei dati dell’Istat pubblicati la scorsa settimana evidenzia che già nel quarto trimestre 2025 si registra una frenata del trend degli investimenti delle imprese, in salita dell’1,4% rispetto al +4,4% del terzo trimestre e al +7,1% del secondo trimestre.
Rubrica Imprese ed energia su QE- Quotidiano Energia del 7 aprile 2026
