
Nell’Artico il 20,4% delle riserve mondiali di petrolio e il 28,6% delle riserve di gas
Da paesi artici il 19,2% dell’import di oil e gas, Usa e Norvegia principali player. Rotte artiche interessano 73,2 mld di euro import-export via mare con Asia orientale
Ad inizio 2026 alle tensioni in Venezuela e Iran si associa la contesa della Groenlandia, la quale mette la regione artica al centro del quadro geopolitico. Sulla crisi della Groenlandia si registra la dichiarazione congiunta di otto Paesi europei (e della Nato) – Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Regno Unito – che indicano come “le minacce tariffarie minano le relazioni transatlantiche e rischiano di innescare una pericolosa spirale discendente” e si impegnano a rafforzare la sicurezza dell’Artico, anche mediante una esercitazione a guida danese sostenuta dall’Unione europea. In contrasto a tale intervento gli Stati Uniti annunciano dazi aggiuntivi del 10% dal 1° febbraio (con aumento al 25% dal 1° giugno) contro i paesi europei che hanno inviato contingenti in Groenlandia. Eventuali contro dazi dell’Unione europea amplificherebbero gli impulsi recessivi. I dazi aggiuntivi interesserebbero sei paesi dell’Unione europea che nel 2025 (ultimi dodici mesi a novembre) esportano negli Stati Uniti per 269,5 miliardi di euro, pari al 48,3% dell’export dell’UE nel mercato statunitense.
Nei teatri di crisi di inizio 2026 si concentra poco meno della metà delle riserve mondiali di petrolio e gas. Venezuela, Iran e i maggiori paesi artici per produzione di commodities energetiche – Canada, Danimarca, Norvegia, Russia e Stati Uniti (qui la mappa dei paesi membri del Consiglio artico che comprendono anche Finlandia, Islanda e Svezia) possiedono il 47,0% delle riserve petrolifere e il 49,0% delle riserve di gas naturale.
La rivendicazione statunitense sulla Groenlandia apre una partita sull’Artico in cui si giocano interessi economici strategici di Stati Uniti, Unione europea, Russia e Cina, economie che rappresentano il 63,1% del PIL mondiale. Nell’area artica si concentrano rilevanti riserve energetiche e giacimenti di materie prime critiche e terre rare. Inoltre lo scioglimento dei ghiacci conseguente al cambiamento climatico rende navigabile per periodi più lunghi la rotta del Mare del Nord (Northern Sea Route) che, correndo lungo la costa artica russa, può sostituire l’attuale transito attraverso l’Oceano Pacifico e il Canale di Suez dei flussi di commercio internazionale tra l’Asia orientale – su cui domina l’export cinese – e l’Europa. L’apertura della rotta artica può arrivare a dimezzare i tempi di transito delle merci tra Asia ed Europa. Peraltro, l’impatto sui costi di trasporto deve considerare, oltre alla minore lunghezza del tragitto, la necessità di navi con adeguate specifiche tecniche e dei servizi di assistenza delle navi rompighiaccio, oltre ai maggiori premi assicurativi derivanti dalle condizioni meteo estreme.
Lo spazio artico è al centro del nuovo risiko energetico globale, con una specifica rilevanza anche pe l’Italia. Secondo i dati di Energy Institute, i paesi artici di Canada, Danimarca, Norvegia, Russia e Stati Uniti detengono il 20,4% delle riserve mondiali di petrolio greggio e il 28,6% delle riserve mondiali di gas.
Per l’Italia, nel 2025 (ultimi dodici mesi ad ottobre) nei paesi artici si concentrano 9,2 miliardi di euro di import di petrolio greggio e gas naturale, pari al 19,2% degli acquisti totali dall’estero di queste commodities energetiche. I primari fornitori dall’area artica sono gli Stati Uniti con 5,2 miliardi di euro e la Norvegia con 3,2 miliardi (QE 14/1). Seguono, a distanza, la Russia con 0,7 miliardi di euro e il Canada con 0,1 miliardi di euro. Nel 2021, prima delle sanzioni per l’invasione dell’Ucraina, la Russia pesava per il 25,7% dell’import totale di petrolio e gas e i paesi artici determinavano quasi un terzo (31,1%) dell’import energetico. Tra il 2021 e il 2025, insieme con il crollo della quota della Russia (-24,3 punti percentuali) si è registrato un aumento del contributo degli Stati Uniti (+8,5 p.p) e della Norvegia (+4,0 p.p.).
L’Artico rappresenta per l’Italia un’area di crescente interesse economico, come evidenziato nel report governativo ‘La Politica Artica Italiana’ pubblicato nei giorni scorsi. Le principali opportunità che, in una prospettiva di sostenibilità ambientale e sociale, possono coinvolgere le imprese italiane riguardano la costruzione di infrastrutture, le energie rinnovabili, la difesa, i minerali e le terre rare, le biotecnologie oltre alle nuove rotte marittime artiche che interessano prevalentemente i flussi commerciali con i paesi dell’Asia orientale. Nel 2025 (ultimi dodici mesi a settembre) l’interscambio per via marittima tra le economie dell’Asia orientale e l’Italia ammonta a 73,2 miliardi di euro, pari al 55,2% del commercio con l’area e al 6,0% dell’import-export totale.
Rubrica Imprese ed energia su QE- Quotidiano Energia del 20 gennaio 2026
