Report ‘Donne risorsa strategica dell’economia: imprese, lavoro e welfare’ – Convention Donne Impresa 2026

Report ‘Donne risorsa strategica dell’economia: imprese, lavoro e welfare’ presentato da Silvia Cellini dell’Ufficio Studi Confartigianato e Licia Redolfi dell’Osservatorio MPI di Confartigianato Lombardia il 20 maggio 2026 a Roma in occasione di ‘80 anni di voce al femminile: impresa, empowerment e welfare’, la Convention Nazionale di Donne Impresa Confartigianato.

Contenuti del Report

La prima parte del report si apre tratteggiando il quadro della crisi del Medio Oriente in termini di energia, export e crescita ma anche di rischi alle catene di approvvigionamento globali e con le più recenti tendenze dei prezzi delle commodities energetiche. In tale discorso si inserisce la perimetrazione delle imprese a conduzione femminili, totali e artigiane, più esposte ala crisi, nei sette settori manifatturieri più energivori (Alimentare, Carta, Ceramica, vetro, refrattari ecc, Chimica, Gomma e materie plastiche, Metallurgia e Tessili) e nel trasporto terrestre merci e persone e logistica.
Si passa poi all’analisi della dinamica del totale occupati e degli indipendenti per genere nel periodo 2021-2025. In tal senso si segnala che 1 lavoratore indipendente su 3 (32,6%) è donna e che le donne indipendenti sono il 16,4% delle donne occupate.
Italia si conferma leader in UE per numero di imprenditrici e lavoratrici autonome e quattro regioni italiane sono nella top 10 delle donne imprenditrici e lavoratrici autonome tra le 239 regioni UE nel 2025: 1° Lombardia, 5° Lazio, 9° Emilia-Romagna e 10° Piemonte.
Un punto di forza è la cresciuta della quota dei laureati tra gli imprenditori e lavoratori autonomi con quella delle donne che quasi doppia quella degli uomini e questo nel contesto però del penultimo posto dell’Italia in UE per quota di laureati.
Una criticità è invece il ‘grande spreco’ delle giovani donne inattive di 25-34 anni per cui Italia è 1° in UE per numero e peso. Non si offrono sul mercato del lavoro 1 milione e 31mila donne: il 34,5% di queste giovani ed il 64,5% del totale degli inattivi in questa fascia di età.
Evidente anche il crescente apporto delle donne straniere al mercato del lavoro: i loro peso sulle occupate è pari al 10,1% e la quota del Centro-Nord doppia quella del Mezzogiorno.

La seconda parte del report tratta politiche economiche e welfare, imprenditorialità e lavoro femminile nei territori.
Vengono proposte evidenze regionali sulla demografia delle imprese che rappresentano una alternativa praticabile alla strutturale sotto-occupazione e all’esclusione occupazionale delle donne. Imprese che stanno attirando sempre più le donne under 35.
Anche le donne stanno partecipando sempre meno alle votazioni elettorali ma parallelamente stanno aumentando il numero delle occupate seppure spesso con contratti di ingresso più flessibili, ma meno sicuri e meno remunerati (stagionali, in somministrazione e intermittente) rispetto agli uomini. In tal senso il part-time interessa 3 donne su 10, ma non è volontario nel 46,0% dei casi: si tratta della quota più alta in UE ed è 2,9 volte la media ed è maggiore l’incidenza nel Mezzogiorno.
Permangono inoltre differenze retributive per genere: le donne dipendenti in unità economiche con almeno 10 dipendenti guadagnano 6mila euro in meno dei lavoratori. La retribuzione media oraria delle donne è inferiore di circa 1 euro rispetto a quella degli uomini. Il differenziale retributivo di genere (Gender Pay Gap o GPG) penalizza le donne e tende a crescere con il livello di istruzione ed il miglioramento di posizione professionale.
Criticità per l’occupazione femminile provengono dalla gestione della genitorialità e degli impegni familiari. La genitorialità impatta negativamente sulle traiettorie lavorative solo delle madri e soprattutto se hanno più figli. Permane un disequilibrio nei carichi di cura, anche per un retaggio culturale: le donne si occupano maggiormente delle attività domestiche, quali cura di bambini fino a 13 anni e di familiari, acquisti di beni e servizii, ed il fenomeno è particolarmente accentuato nel Mezzogiorno.
Si stanno sempre più mettendo in campo strumenti di rilevazione e monitoraggio dell’inclusione femminile: vengono proposti i dati regionali sulla diffusione della Certificazione della Parità di Genere che rientra nel PNRR e mira ad accompagnare ed incentivare le imprese ad adottare policy adeguate a ridurre il divario di genere nelle aree maggiormente critiche per la crescita professionale delle donne. Si passa poi al Gender Equality Index rilevato in ambito europeo per cui l’Italia presenta performance migliori per Presenza in ruoli decisionali (power) e Salute (posizionandosi ai primi posti tra i 27 Paesi UE) e peggiori peggiori per Lavoro e Tempo (posizionandosi agli ultimi posti tra i 27 Paesi UE).
Per quanto riguarda infine le politiche economiche e welfare, in un contesto di bassa manovrabilità dei conti pubblici delle risorse sono state impegnate per ridurre le diseguaglianze di genere e se ne prevede anche un aumento nei prossimi anni.
Per quanto riguarda i servizi per l’infanzia, l’Italia è in ritardo in UE ed il tasso di copertura dei Comuni è lontano dal target UE al 2030 mostrando nel contempo 6 nidi su 10 con bambini in lista d’attesa. Persiste un ampio divario di offerta Nord-Sud di strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie, mentre alcune evidenze mostrano come a livello regionale sia chiara la correlazione positiva tra più supporti per la cura e la gestione degli anziani e dei bambini e tasso di occupazione delle donne.

 


Autore

Ufficio Studi e Osservatorio MPI di Confartigianato Lombardia

Data di pubblicazione

20/05/2026

Categorie tematiche

Rapporti

Documento Principale

Riservato

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